Margaret Ulbrich: Gli occhi sono lo specchio dell’anima

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In attesa del film Big eyes di Tim Burton e dell’enorme curiosità riscontrata dal pubblico, mi sono sentita in dovere di scrivere qualche riga in onore di questa stupenda artista. Persino in google quando si cerca Margaret Ulbrich, non si trova quasi nulla, ma si riscontra molto invece digitando il cognome del marito Keane, colui che ha reso così importante l’arte di Margaret. Ma è proprio così? Lei nasce nel Tennesseee, e viene cresciuta dalla nonna che si prende cura di lei intensamente e viene da questa influenzata nelle sue scelte religiose. Il suo nome di battesimo è Peggy Doris Hawkins, e nasce ne 1927.

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In seconde nozze si lega a Walter Keane, il quale nel frattempo era approdato a Berkeley in California, e si sposano nel 1950 ad Honolulu, nelle Hawaii. Fino a qui tutto tranquillo. Ma lo è sul serio? In realtà dobbiamo approdare alla causa del divorzio tra i due per capire veramente fino in fondo cosa è realmente accaduto. Dobbiamo immaginarci Margaret Ulbrich come una donna che comincia a dipingere con tutto l’amore ed il sentimentalismo possibile, questi visi di bambini e bambine dagli occhi grandissimi e pieni di forti ed appassionate vicende interiori.

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I suoi dipinti erano semplicemente eccezionali, ma ella era troppo umile ed insieme inconsapevole della carica e dell’attrattiva che questi dipinti in realtà rappresentavano. La furbizia era invece tutta di suo marito, il quale precedentemente era stato commerciante di giochi per bambini e promulgatore di spettacoli teatrali con burattini dal nome “Puppeteens di Susie Keane”, lo scopo era quello didattico -educativo mirato alla conoscenza del francese tramite l’uso di burattini. Questa attività era portata avanti da lui con la prima moglie, ma già ci fa comprendere la carica commerciale ed insieme di uomo senza scrupoli che rappresentava Walter. E’ infatti dal 1957 che comincia a definire assolutamente sue le opere che rappresentano questi bambini dagli occhi grandi. La sete di successo e di pubblicità, il senso di potere e di fare soldi, il potere definire di se stesso di essere un artista agli occhi di tutti ed a tutti costi, lo rendono sempre più volenteroso a manipolare la moglie e a prendersi tutto il merito delle opere di Margaret, facendosi ritrarre in pose amorevoli accanto alla moglie. Ma in realtà nessuno lo ha realmente visto mentre dipingeva!

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E le opere così forti dal punto di vista della carica emotiva, non le riesce a giustificare, sia perché l’arte è personale, sia perché semplicemente non le ha fatte lui. Per un arco temporale di dieci anni fa credere al mondo di essere il creatore di quella stirpe di bambini, li fa suoi, denigrando la moglie, ricattandola in maniera subdola e facendosi promotore di intenti nobili. Così Keane ha affermato che l’ispirazione per la realizzazione di questi bambini è avvenuta quando, trovandosi in Europa, era un semplice studente d’arte. Disse:  “La mia psiche è stata segnata nella mia arte …(…).. subito dopo la seconda guerra mondiale, da un ricordo incancellabile di innocenti devastati dalla guerra. Nei loro occhi si nascondono tutte le domande e le risposte del genere umano….(…)… Volevo che altre persone conoscessero quegli occhi. Voglio che i miei quadri possano arrivare al cuore possano urlare di FARE QUALCOSA!”.

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Il successo trionfa e dal 1957, mostra all’Outsider Art, in Washington Square, a Manhattan, tutte “le sue opere”. Arriva addirittura dal 1959 in poi a formare “la famiglia che dipinge insieme e vende insieme”.

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A New York fa acquistare 20 pezzi “suoi”, 20 di Margaret, che nel frattempo crea uno stile parallelo ma diversissimo per non dare all’occhio, firmandosi con una sigla, e addirittura 6 dipinti delle figlie dei loro primi matrimoni, Susan e Jane.  Dal 1961 a Walter viene richiesto di realizzare per la Prescolite Manufacturing Corporation, un dipinto con il titolo I nostri figli che presentò per il Fondo delle Nazioni Unite per bambini. Ma in questo caso l’opera viene contestata dalla rivista Times e tolta dal luogo dove essa risiedeva. Oggi l’opera si trova nella collezione permanente delle Nazioni Unite di arte. Che uomo furbo Walter! Un vero venditore di pensieri, di anima e di opere degli altri. Ancora una volta per la rivista Life, nel 1965, rilascia un’intervista dove dimostra ancora la profondità del suo animo per la realizzazione delle opere. E’ qui che viene definito come “uno dei pittori più controversi e di maggiore successo al lavoro oggi!”.

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Tutte le opere erano di proprietà di celebrità, e poste in molte collezioni permanenti. Arriva ad un punto tale da vendere persino i poster, rinunciando alla qualità e preferendo la quantità della stampa per un maggiore guadagno. La svolta viene raggiunta con l’affermazione di Margaret fatta ad una stazione radiofonica nel 1970. Qui la pittrice affermò che nessuna delle opere era stata realizzata da Walter Keane, e che in realtà non esisteva alcuna “famiglia che dipinge insieme e vende insieme” e che l’autrice di quei bambini dagli occhi grandi, come di tutte le altre opere non è altro che esclusivamente lei. La notizia sconvolse tutti. Certo l’idea ancorata nei pensieri di critici d’arte, di giornalisti o di semplici amatori avrà subito un totale mutamento. Il falso mito di Walter cominciava a barcollare. Margaret, decide di gridare a voce alta che la vera artefice di tutte le opere presentate per dieci anni è lei, nessun altro. Il suo ego, fortemente traumatizzato da un decennio di finzione con tutti, crolla e si innalza a favore della sua personalità. Se infatti l’artista avesse tenuto il suo segreto ancora per molto, avrebbe dato segni forti di cedimento e in qualche altro modo il suo animo si sarebbe confessato. E come tutte quelle figure di donne, che vuoi per sensibilità vuoi per paura, quando però vengono completamente pestate dal proprio uomo o da una persona, improvvisamente esplodono e splendono nel migliore dei modi, cosi Margaret Ulbrich, decide di citare l’ex marito in tribunale, per dimostrare al mondo, con forte coraggio, che l’autrice di quei dipinti è lei e solo lei. L’accusa è di calunnia risulta essere molto grave. Il processo durò per tre settimane e vide, dopo una serie di battibecchi irrisolti, la richiesta netta, senza fronzoli, da parte del giudice, di realizzare un dipinto in circa un’ora. Quale maniera migliore per capire chiaramente chi era l’autore di quei dipinti? Keane si rifiutò di dipingere, accusando anche dei ridicoli dolori al braccio, che gli impedivano di realizzare il dipinto. Margaret completò il quadro in soli 53 minuti e immortalò un bel viso in primo piano del bambino dagli occhi grandi che si erge ad emblema di tutte le opere che avevano fatto il giro del mondo.

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Sembra una storia a dir poco surreale, quasi inventata eppure è capitata. A mio parere, è una storia a lieto fine, una favola moderna, che dimostra quanto la verità ha più potere della menzogna. La giustizia è sopra ogni cosa, non ci sono mezzi termini. Forse è anche vero che se lei fosse stata meno sensibile di tutti quei bambini che dipingeva, forse non si sarebbe fatta prendere in giro in questo modo, ma come lei, spesso, durante il processo, ha affermato, era manipolata ed insieme debole di fronte all’uomo che era stato pur sempre suo marito per molti anni.

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Si può affermare che tutto può accadere nella vita, bisogna proteggere le cose che facciamo, e soprattutto quello che amiamo. Quindi se Tim Burton, nel suo film, che ho avuto il piacere di vedere, sembra non credere più alle favole o all’amore, io voglio fare invece due appunti da una prospettiva diversa. Voglio prima di tutto sottolineare quanto afferma Chuck Palahniuk in Cavie, una raccolta di racconti che sembrano riferirsi ad una sorta di nuovo Decameron di Boccaccio in uno stile grottesco e sprezzante. In uno dei suoi racconti dal titolo Ambizione raccontata dal Duca dei Vandali, si parla proprio della capacità di vendere l’arte come fosse una casa o un paio di scarpe, del resto ci vogliono capacità anche in questo. Ed è proprio ciò che faceva Walter Keane con le opere della moglie, ne mostrava al mondo la bellezza, si ergeva a fautore di tutto quel regno e si auto- glorificava a tal punto da credere egli stesso di essere veramente l’autore di quelle opere.

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Un secondo punto che voglio sottolineare è che l’arte come dicevo prima è personale, è l’espressione che identifica ognuno di noi, che rende evidenti i nostri mondi, da Bosch a Tiziano, da Caravaggio a La Chappelle, le loro opere sono testimonianza di loro stessi e del loro vissuto qualunque sia stato nel passato l’intento per il quale sono stati prodotti.

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Quindi la giustizia avrebbe comunque trionfato perché gli occhi grandi, le posture, i malinconici volti esprimono tutta l’interiorità di Margaret Ulbrich, che ancora ama dipingere tutti i giorni con la stessa costanza ed con lo stesso amore.

Pam xxx

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