Tamara De Lempicka: Dedicarsi alla pittura? Un metodo per resistere all’infelicità matrimoniale ed alla crisi economica

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Fascino da vendere e musa ispiratrice,  ragazza d’oro di d’Annunzio, ritrattista dell’art decò, frequentatrice delle feste del sarto Poiret e del modo di vivere estremamente dissipato degli anni 20, circondata da un alone di leggenda, disinibita, bella, talentuosa e persino baronessa, questi e tanti altri sono gli attributi che definiscono nel migliore dei modi una delle figure più intense, magnetiche e profonde dell’arte: Tamara de Lempicka. Una donna la cui vita fu da sempre avvolta nel mistero. Il primo fra tutti riguarda la sua nascita che risulta essere avvenuta nel 1898, quando lei in maniera convinta dichiarava nel 1902. Ed anche le dichiarazioni riguardo al luogo di nascita sembrano avvolte da un alone di mistero, lei si definiva polacca di origine, ed in realtà la mamma ne aveva tutte le discendenze, ma secondo recenti ricerche il luogo di nascita si situa a Mosca. Di madre polacca naturalizzata in Francia e di padre ebreo, ella, in seguito alla morte del padre in circostanze misteriose forse un suicidio, viene educata interamente dalla nonna Clementine e circondata dai fratelli Adrienne e Stanislaw e dal culto della nobiltà che assorbe del tutto facendolo divenire un elemento preesistente anche nella sua carriera artistica. Da ragazza finge di essere ammalata di gola e con questo escamotage viaggia con la nonna Clementine verso Montecarlo e lungo le città di Venezia, Firenze e Roma. In questa occasione si mette a dipingere sassi, ricevendo gli insegnamenti di un giovane francese. La sua formazione artistica fa riferimento alla scuola di Losanna (Villa Claire) in Svizzera e al collegio Polacco di Rydzyna. Dopo la morte della nonna a cui era molto legata si stabilisce dalla zia Stefa Jansen, e qui ebbe modo di conoscere l’avvocato Tadeusz Lempicki. Lo conosce ad una festa in maschera nelle vesti di una contadinella polacca con un’oca al guinzaglio. Ma è nel 1915 che Tamara riesce a convincere lo zio ad avere il permesso di sposare Tadeusz. Il matrimonio viene celebrato nel 1916, a Pietrogrado, non si sa se fu celebrato come rito civile, visto l’origine ebraica da parte del padre. Ed anche in occasione delle nozze Tamara fa la conoscenza di un diplomatico siamese, di cui si invaghisce e con cui ha una storia appena ritornata dal suo viaggio di nozze! Fatto sta che la pittrice era già in attesa di Marie Christine meglio conosciuta con il vezzeggiativo di Kizette. Nel 1918 le cose si mettono male per il marito Tadeusz, perchè a quanto pare faceva parte della polizia segreta zarista e per questo motivo venne immediatamente arrestato e messo in libertà e verso luglio la famiglia parte per Parigi. Alla fine dello stesso anno Tamara decide di partire con la figlia a Nizza, vista la grave crisi con il marito, chiusosi in un taciturno silenzio, e le profonde problematiche economiche che portarono la pittrice a vendere i suoi amati gioielli. Sotto la spinta della sorella Adrienne si iscrive all’Académie Ranson, prende lezioni da Maurice Denis e intraprende un viaggio in Italia pagato da Ira Perrot, la sua vicina di casa. Segue i corsi di André Lhote, l’unico che riconoscerà sempre come suo maestro. Nel 1922 espone per la prima volta al Salon d’Automne, e presenta un ritratto, forse Portrait d’une jeune femme en robe bleue, in cui è raffigurata Ira Perrot, definita con un nome maschile: Lempitzki. 

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Ed è proprio da quest’anno in poi che la pittrice/ donna spicca il volo, partecipando alle riunioni della scrittrice americana Natalie Barney, dove ha modo di discutere con personaggi del calibro di Joyce, Cocteau, Thornton Wilder, Poiret, Isadora Duncan, Colette, Gide; di stringere patti con Marinetti in bravate irrisolte per incendiare il Louvre o di organizzare incontri segreti al Gordone con il poeta Gabriele D’Annunzio. La sua vita diventa burroscosa, fuori dal comune, votata allo scandalo tra bordelli e locali notturni e lesbici, le sue molteplici identità si accalcano nelle lunghe sedute di lavoro, nell’uso smodato della cocaina e nelle ore di sonno indotte dalla valeriana. Il marito non tollera più questo suo modus vivendi e nel frattempo, tra un viaggio di lavoro e l’altro, si innamora di Irene Spiess, in Polonia, da lì chiederà il divorzio da Tamara nonostante le suppliche della pittrice. Esce sul numero di dicembre di “La Pologne” la recensione sul Salon d’Automne di Edward Woroniecki, in cui è citata per la prima volta, seppure come uomo. A Parigi nel 1924 espone al Salon des Indépendants e al Salon d’Automne. Inaugura il 28 novembre la personale a Milano, nella galleria Bottega di Poesia: trenta dipinti e diciotto disegni. Espone al Salon des Indépendants Portrait de la Baronne Renata Treves e Le rythme, acquistato dallo scrittore svizzero Cuno Hofer. Al Salon d’Automne presenta Portrait de la duchesse de la Salle e Irène et sa soeur.

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 A Parigi, in primavera, incontra Rafaela, la modella di La tunique rose, La belle Rafaela, Rafaèla sur fond vert (Le rêve). Espone al Salon des Indépendants, all’Exposition Internationale des Beaux-Arts di Bordeaux con Sur le balcon, per il quale riceve un diploma d’onore, e al Salon d’Automne. Esce in febbraio l’articolo Recent  Paintings by Tamara de Lempitzka in “Vanity Fair”. In novembre è pubblicata la sua prima copertina per “Die Dame”, rivista berlinese.

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Lo stesso anno in cui divorzia 1928 partecipa al Salon di Nantes, al Musée des Beaux-Arts, con Kizette en rose, La belle Rafaela, Kizette au balcon, La tunique rose. Il Museo acquista Kizette en rose. Espone al Salon des Indépendants, al Salon des Tuileries, al XIVéme Salon de L’Escalier alla Comédie des Champs-Elysées, al Salon d’Automne.

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Nel 1929 fa il viaggio in America per immortalare un ritratto di Rufus Bush e della sua fidanzata, vi rimane almeno quattro mesi, si innamora di New York  e subisce il fascino di grattacieli tanto da inserirli  all’interno delle sue opere.

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Il 1932 segna un periodo importante nella carriera artistica della pittrice poiché espone in cinque collettive e diviene una presenza costante e ricercata dei tempi. Il 28 ottobre inaugura al 50 di Faubourg Saint-Honoré la Galerie Fauvety, con opere di Gus Boufa, Foujita, Jouve, Kisling, Marie Laurencin, Picasso: Tamara è presente con Les jeunes filles, due volti di donna fra grattacieli, con una grande sciarpa blu in primo piano.

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Nello stesso anno entra in una forte crisi depressiva, poiché l’ex marito Tadeusz si sposa. A questo crollo emotivo però Tamara reagisce ancora una volta accettando le avances, tra tutti i suoi pretendenti, del barone Kfunner e decide di sposarlo. Da questo matrimonio la pittrice ne trae una grande stabilità economica e sociale, ma la depressione non le passa. A settembre si cura a Salsomaggiore e come amava raccontare lei si reca disperata in un convento vicino Parma, dove incontra la Madre superiora poi ritratta nel dipinto ora a Nantes, Musée des Beaux-Arts, per lei il più prezioso dipinto. La suora, sul cui volto leggeva “tutta la sofferenza del mondo”, riesce a sollevarla dalla depressione.

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In ottobre fa un soggiorno a Roma. La sua vita continua tra feste e viaggi tra Parigi, Vienna, Roma, Budapest. Nel frattempo intorno al 1939 i primi nazisti invadono la Polonia ed i Kuffner entrano negli States l’11 settembre, con un volo L’Avana–Miami. Forse hanno documenti falsi, entrano come cittadini cechi e dichiarano di voler risiedere in California. Si recano a New York, dove iniziano le pratiche per far espatriare i figli. Conosce Greta Garbo che diventa per lei una specie di ossessione; ogni volta che parla con la stampa la cita, e annuncia che sta dipingendo un suo ritratto. Compare ritratta in giornali con cappelli ampi con velette, perle, diamanti e gioielli di ogni tipo, ostentando volontariamente lo sfarzo.

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Comunica all’Associated Press la promozione di un concorso per trovare una modella per il dipinto À l’Opéra, che assomigli a quella di Suzanne au bain, fatto in Francia. I giornali comunicano che si presentano più di cento concorrenti, una semplice manovra pubblicitaria visto che vincerà la figlia di una sua amica. Il 24 marzo, il “New York World Telegram” racconta il suo arrivo alla stazione di New York “con varie libbre di gioielli e una spettacolare borsa da viaggio confezionata con la pelle di un cinghiale intero […] con un anello che deve pesare mezza libbra”. Nelle interviste che rilascia parla sempre di Greta Garbo (“è sempre piena di vita!”) e della sua vita a Beverly Hills, tanto che il “New York Journal” commenta: “La baronessa ha più interesse a parlare di Hollywood che delle sue pitture”. Il “Sunday Mirror Magazine” del 6 aprile la definisce “la baronessa del pennello” e racconta che “detesta certe volgarità come ballare e giocare a carte. Le piacciono le sigarette americane e ne fuma tre pacchetti al giorno”. Alla Julian Levy Gallery, inaugura la sua personale: Tamara de Lempicka / Baroness de Kuffner, esponendo 22 opere con annesso il catalogo introdotto da un testo di André Maurois. In opposizione allo sfarzo hollywoodiano espone opere religiose e votate al sacrificio, all’inaugurazione non manca di organizzare una grande festa che richiama molte persone, gli unici artisti a visitarla furono Salvador Dalí e Pavel Tchelitchew.

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Da quest’anno in poi la sua vita è ricca di altre produzioni in stile surrealista e nature morte, la sua salute si alterna tra momenti di euforia e di smarrimento depressivo.

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Nel 1961 la pittrice guadagna poco, inaugura una personale con dipinti divisi in tre periodi “néo-cubisme, abstrait, figuratif” senza successo, nel frattempo suo marito, il barone, muore. In estate è a Parigi, ed è contattata dal gallerista Alain Blondel e dai suoi soci, che desiderano vedere i suoi quadri degli anni Venti e Trenta, che tiene nella soffitta di rue Méchain. La sua prima reazione è definirli “fuori moda”, da questo momento escono tutte le sue migliori recensioni su “Nouvelles Littéraires”, su “Nouvel Observateur”, che parla di “iperrealismo scultoreo”, su “L’Express”, in cui si riconosce che incarna lo spirito del suo tempo, su “La Galerie”, in cui si parla di “combinazione di modernismo estremo e purezza classica, anticipatrice dell’iperrealismo”.Trascorre il tempo tra impegni mondani e disegnando i suoi vestiti accoppiati con enormi cappelli.  Avvengono i primi contatti con Franco Maria Ricci, a Parigi, che le propone un volume sulla sua opera. Dal 1974 le sue condizioni fisiche peggiorano irrimediabilmente è depressa e si sente fortemente abbandonata dai suoi figli e nipoti. A Cuernavaca conosce Victor Contreras e frequenta Canta Maya, ovvero Elizabeth Gimbel, ballerina famosa nella Berlino degli anni Trenta, e Octavio Paz. Cambierà il testamento almeno sette volte; in uno di questi Contreras è nominato unico erede. Sotto le spinte delle persone che la circondano stila il testamento lasciando 100.000 dollari all’orfanatrofio Little Brothers, il resto alla figlia. In una giornata ventosa se ne va una delle icone più straordinarie del nostro tempo. La vita e l’arte di Tamara de Lempicka vanno di pari passo, l’una non può prescindere dall’altra. Le opere sono dimostrazione evidente del suo vissuto. La gamma cromatica di tutti i suoi dipinti anche di quelli un pò stanchi dell’ultimo periodo è ridotta, ma ne connota tutta le figure mostrate, definite da ombre nette, da occhi grandi e languidi, in corpi scultorei e in donne irraggiungibili, mostrate in pose aristocratiche, con lo sguardo ad altro, sembrano annoiate da ciò che le circonda, rivolte all’affermazione sociale, ad uno status simbol che riescono ad ottenere perché belle ed affascinanti. Queste donne hanno una regalità innata, sembrano trasmettere il loro immediato valore e comunicare in fredde pose, con uno sguardo, tutto il loro animo. Ed anche l’uomo nelle sue eleganti vesti, con abiti e cappelli alla moda, in pose insolite, comunica in forme levigate e spesso squadrate, il proprio ruolo sulla terra. Nell’osservare le opere di Lempicka non solo si ritrova tutta quell’ambientazione, anche vista di scorcio o con la riduzione a semplici oggetti, dei racconti di Francis Scott Fitgerald, ma anche la concezione di un’intera esistenza vissuta fino al midollo in feste e balli, tra la gente. Tamara, come Gatsby nel successo di Fitgerald –Il grande Gatsby-, era tesa con le braccia, in un gesto di desiderio, verso la “luce verde” che brillava nella notte, ovvero l’afferrare la vita in tutte le sue sfaccettature, e l’auto, anche essa verde, in cui Tamara immortala se stessa in prima copertina sul Vanity Fair, è la stessa che guidava il grande Gatsby lungo la scia di stralci di parole del racconto: «E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia … e una bella mattina… ».

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