Francesco Lo Iacono, l’uomo che rubò il sole al Meridione!

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Ogni volta che guardo questo sole siciliano non posso fare a meno di pensare ai dipinti del pittore palermitano Francesco Lo Iacono. La capacità di cogliere quella luce fu una vocazione nell’infrangersi dell’acqua, nel crepitio luministico sulle rocce, sugli abiti delle persone, su scene di vita quotidiana che caratterizzavano il suo tempo, quello vissuto tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento. Al centro c’è soprattutto l’amore per la sua terra, che fa ricordare l’amore dei “macchiaioli” per le terre toscane. Solo che nelle opere degli artisti del Caffè Michelangiolo, le vedute ed i paesaggi  ricalcano flora e fauna tipiche della maremma, con tratti di colore, senza quell’immediatezza dell’attimo degli impressionisti francesi, ma anche senza quei toni squillanti, incalzanti e solari delle opere di Francesco Lo Iacono.

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G.Fattori, Riposo in Maremma, 1875 (c.)
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F.Lo Iacono, Palermo e Montepellegrino, olio su tela.
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F. Lo Iacono, paesaggio, olio su tela

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F. Lo Iacono, Marina, olio su tela

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F.Lo Iacono, L’oliveto, olio su tela
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F. Lo Iacono, piante, olio su tela

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F. Lo Iacono, paesaggio, olio su tela.

Il sole siciliano è un sole che arde, che brucia tutto quello che sta intorno, è cocente come il sangue e prezioso come l’oro. Lo Iacono fu figlio d’arte e la sua prima formazione si fa risalire proprio al padre Luigi, poi in seguito passa all’atelier di Salvatore Lo Forte, artista rivoluzionario e fuori dagli schemi restio a ricalcare dai modelli ma propenso maggiormente alla bellezza del vero, non per nulla particolarmente vicino all’opera di Pietro Novelli. Quindi Lo Iacono dimostra la sua grande potenza caratteriale e la bravura manuale ma si forma in un ambiente consono alla sua indole che guarda alla natura, alle persone ed alle cose con naturalezza. Appena quattordicenne si reca a Napoli presso la Corte Partenopea e fino al 1860 lo si trova a fianco del Palizzi, anche lui un anticonformista rispetto all’arte accademica. Nel 1860 Lo Iacono decide però di lasciare la pittura per combattere a fianco di Garibaldi, partecipando a tutte le campagne. Riabbraccia la pittura due anni dopo e da qui in poi avvia una carriera artistica senza eguali. Il dipinto Una giornata di caldo in Sicilia, esposto nel 1876 alla Promotrice di Napoli ed acquistato dal Re Vittorio Emanuele II per il Museo di Capodimonte, gli permise di farsi conoscere sotto l’appellativo di “ladro del sole”.

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F. Lo iacono, Veduta di Palermo

E quando si osservano i dipinti la sensazione che si riesce a trarre è come di trovarsi lì allo stesso modo di oggi sotto un sole cocente, in mezzo all’aridità più profonda, o al fragore e al chiacchericcio delle genti, o nel silenzio più lungo a tratti interrotto dal carattere insistente del verso delle cicale. Sono gli stessi paesaggi che ci immaginiamo quando leggiamo “Fantasticheria ” o “I Malavoglia” di Verga, o quando ci ritroviamo oggi nei pressi del mare di mondello con abiti ed abitudini diverse rispetto a quelle epoche, sono vedute incorporate con la luce stridente dei raggi estivi della terra sicula.

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<<Altro lavoro che ebbe grande successo fu Una carrozza siciliana e una carrozzella, presentato nel 1892 all’Esposizione Nazionale. Altre sue opere degne di essere rammentate: Il riposo del meriggio, L’ottobre, Villa nella Conca d’Oro, uno dei migliori lavori, esposto a Parigi nel 1878; Dopo il tramonto, i pescatori di ostriche, premiato con medaglia d’oro; L’arrivo inatteso, acquistato dal Re Umberto I e conservato nella Villa Reale di Monza; Il Golfo di Palermo, che venne comperato dalla Granduchessa di Russia; Nella Galleria d’arte moderna di Roma figurano: presso il Vesuvio eVeduta di Palermo. Vento di montagna, collocato nella Galleria d’Arte Moderna di Palermo. In Agrigento nella collezione Sinatra sono conservate ottantaquattro tele del Lojacono. Di queste si rammentano: Dall’ospizio marino; Benedizione degli armenti; La quiete; Tramonto>>.

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F. Lo Iacono, Veduta del Golfo di Palermo,

“Egli seppe tradurre in modo fino allora mai raggiunto la luminosità del sole e dell’aria, e ciò specialmente nel dipinto Una giornata di caldo in Sicilia, esposto nel 1876 alla Promotrice di Napoli ed acquistato dal Re Vittorio Emanuele II per il Museo di Capodimonte. Questa opera gli valse l’appellativo di “ladro del sole”, dai soggetti di paesaggi meridionali seguiti dal vero. Altro lavoro che ebbe grande successo fu Una carrozza siciliana e una carrozzella, presentato nel 1892 all’Esposizione Nazionale”.

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F. Lo Iacono, Strada di campagna, olio su tavola, 10×15

Questa sua sensibilità d’animo e il suo carattere ci vengono esaurientemente mostrate dalle parole di Salvatore Spinelli in questo modo:” Lojacono è un pittore che sopravanza tutti i pittori palermitani – di nascita o di elezione – del suo tempo: Michelangelo Giarrizzo, Michele Catti, Rocco Lentini, Onofrio Tomaselli e lo stesso Luigi  Di Giovanni col quale ebbe comune la straordinaria vivezza coloristica. Fu il genius loci del Circolo Artistico – che aveva la sede nel Kassaro, a pian terreno. E diceva, con sorprendente sincerità, che il Circolo era una bella istituzione perché, “quando una volta la settimana c’è il trattamento (trattenimento, ricevimento) con aperitivi, paste piccanti, paste dolci e digestivi, ci mettiamo tutti a posto e risparmiamo la cena. Con pari candore annunciava, raggiante:”Quel tonto che mi presentaste l’altra sera, immaginate, gli ho venduto il ‘Monte Pellegrino’, appena sbozzato: tremila lire, nientedimeno!” (e quel tonto, c’è da scommettere, l’avrà rivenduto subito per cinque o diecimila)»; “sembrava pieno di sé, glorioso e borioso; ma, quale io lo conobbi, nei rari incontri, mi apparve uomo semplice, di vita modesta, innamoratissimo dell’arte e della sua Sicilia. Ce ne ha lasciato immagini indimenticabili per la luminosità, le trasparenze, la vaporosità del cielo, le sfumature e striature di toni del mare, il vivo senso  della stagione e dell’ora. Certe strade fangose e melmose – quelle erano allora le nostre “nazionali” – danno l’impressione che il carretto, avanzante tra le pozzanghere, ci debba impillaccherare. Su certi muri di campagna il sole quasi abbacina e scotta. Egli sapeva la virtù del sole che aveva infuso nei suoi quadri. E, alterando in modo paradossale quel fondo di verità che non mancava in ogni sua vanteria, raccontava – gli amici lo trasmisero alla posterità – che Sua Maestà Umberto I, venuto a Palermo a inaugurare l’Esposizione del ’92, nel contemplare i suoi dipinti, era esploso in questa esclamazione, non confacente alla sua maestà regale: “Caro Ciccio, i tuoi quadri cacano fuoco!”.

Mare, terra, aria vengono sovrastati dal “fuoco” cocente di questo nostro sole che è dentro i cuori, le menti e gli occhi di noi palermitani. Guardando le sue opere è per noi infatti come guardarci allo specchio!

Pam xxx

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Tamara De Lempicka: Dedicarsi alla pittura? Un metodo per resistere all’infelicità matrimoniale ed alla crisi economica

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Fascino da vendere e musa ispiratrice,  ragazza d’oro di d’Annunzio, ritrattista dell’art decò, frequentatrice delle feste del sarto Poiret e del modo di vivere estremamente dissipato degli anni 20, circondata da un alone di leggenda, disinibita, bella, talentuosa e persino baronessa, questi e tanti altri sono gli attributi che definiscono nel migliore dei modi una delle figure più intense, magnetiche e profonde dell’arte: Tamara de Lempicka. Una donna la cui vita fu da sempre avvolta nel mistero. Il primo fra tutti riguarda la sua nascita che risulta essere avvenuta nel 1898, quando lei in maniera convinta dichiarava nel 1902. Ed anche le dichiarazioni riguardo al luogo di nascita sembrano avvolte da un alone di mistero, lei si definiva polacca di origine, ed in realtà la mamma ne aveva tutte le discendenze, ma secondo recenti ricerche il luogo di nascita si situa a Mosca. Di madre polacca naturalizzata in Francia e di padre ebreo, ella, in seguito alla morte del padre in circostanze misteriose forse un suicidio, viene educata interamente dalla nonna Clementine e circondata dai fratelli Adrienne e Stanislaw e dal culto della nobiltà che assorbe del tutto facendolo divenire un elemento preesistente anche nella sua carriera artistica. Da ragazza finge di essere ammalata di gola e con questo escamotage viaggia con la nonna Clementine verso Montecarlo e lungo le città di Venezia, Firenze e Roma. In questa occasione si mette a dipingere sassi, ricevendo gli insegnamenti di un giovane francese. La sua formazione artistica fa riferimento alla scuola di Losanna (Villa Claire) in Svizzera e al collegio Polacco di Rydzyna. Dopo la morte della nonna a cui era molto legata si stabilisce dalla zia Stefa Jansen, e qui ebbe modo di conoscere l’avvocato Tadeusz Lempicki. Lo conosce ad una festa in maschera nelle vesti di una contadinella polacca con un’oca al guinzaglio. Ma è nel 1915 che Tamara riesce a convincere lo zio ad avere il permesso di sposare Tadeusz. Il matrimonio viene celebrato nel 1916, a Pietrogrado, non si sa se fu celebrato come rito civile, visto l’origine ebraica da parte del padre. Ed anche in occasione delle nozze Tamara fa la conoscenza di un diplomatico siamese, di cui si invaghisce e con cui ha una storia appena ritornata dal suo viaggio di nozze! Fatto sta che la pittrice era già in attesa di Marie Christine meglio conosciuta con il vezzeggiativo di Kizette. Nel 1918 le cose si mettono male per il marito Tadeusz, perchè a quanto pare faceva parte della polizia segreta zarista e per questo motivo venne immediatamente arrestato e messo in libertà e verso luglio la famiglia parte per Parigi. Alla fine dello stesso anno Tamara decide di partire con la figlia a Nizza, vista la grave crisi con il marito, chiusosi in un taciturno silenzio, e le profonde problematiche economiche che portarono la pittrice a vendere i suoi amati gioielli. Sotto la spinta della sorella Adrienne si iscrive all’Académie Ranson, prende lezioni da Maurice Denis e intraprende un viaggio in Italia pagato da Ira Perrot, la sua vicina di casa. Segue i corsi di André Lhote, l’unico che riconoscerà sempre come suo maestro. Nel 1922 espone per la prima volta al Salon d’Automne, e presenta un ritratto, forse Portrait d’une jeune femme en robe bleue, in cui è raffigurata Ira Perrot, definita con un nome maschile: Lempitzki. 

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Ed è proprio da quest’anno in poi che la pittrice/ donna spicca il volo, partecipando alle riunioni della scrittrice americana Natalie Barney, dove ha modo di discutere con personaggi del calibro di Joyce, Cocteau, Thornton Wilder, Poiret, Isadora Duncan, Colette, Gide; di stringere patti con Marinetti in bravate irrisolte per incendiare il Louvre o di organizzare incontri segreti al Gordone con il poeta Gabriele D’Annunzio. La sua vita diventa burroscosa, fuori dal comune, votata allo scandalo tra bordelli e locali notturni e lesbici, le sue molteplici identità si accalcano nelle lunghe sedute di lavoro, nell’uso smodato della cocaina e nelle ore di sonno indotte dalla valeriana. Il marito non tollera più questo suo modus vivendi e nel frattempo, tra un viaggio di lavoro e l’altro, si innamora di Irene Spiess, in Polonia, da lì chiederà il divorzio da Tamara nonostante le suppliche della pittrice. Esce sul numero di dicembre di “La Pologne” la recensione sul Salon d’Automne di Edward Woroniecki, in cui è citata per la prima volta, seppure come uomo. A Parigi nel 1924 espone al Salon des Indépendants e al Salon d’Automne. Inaugura il 28 novembre la personale a Milano, nella galleria Bottega di Poesia: trenta dipinti e diciotto disegni. Espone al Salon des Indépendants Portrait de la Baronne Renata Treves e Le rythme, acquistato dallo scrittore svizzero Cuno Hofer. Al Salon d’Automne presenta Portrait de la duchesse de la Salle e Irène et sa soeur.

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 A Parigi, in primavera, incontra Rafaela, la modella di La tunique rose, La belle Rafaela, Rafaèla sur fond vert (Le rêve). Espone al Salon des Indépendants, all’Exposition Internationale des Beaux-Arts di Bordeaux con Sur le balcon, per il quale riceve un diploma d’onore, e al Salon d’Automne. Esce in febbraio l’articolo Recent  Paintings by Tamara de Lempitzka in “Vanity Fair”. In novembre è pubblicata la sua prima copertina per “Die Dame”, rivista berlinese.

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Lo stesso anno in cui divorzia 1928 partecipa al Salon di Nantes, al Musée des Beaux-Arts, con Kizette en rose, La belle Rafaela, Kizette au balcon, La tunique rose. Il Museo acquista Kizette en rose. Espone al Salon des Indépendants, al Salon des Tuileries, al XIVéme Salon de L’Escalier alla Comédie des Champs-Elysées, al Salon d’Automne.

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Nel 1929 fa il viaggio in America per immortalare un ritratto di Rufus Bush e della sua fidanzata, vi rimane almeno quattro mesi, si innamora di New York  e subisce il fascino di grattacieli tanto da inserirli  all’interno delle sue opere.

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Il 1932 segna un periodo importante nella carriera artistica della pittrice poiché espone in cinque collettive e diviene una presenza costante e ricercata dei tempi. Il 28 ottobre inaugura al 50 di Faubourg Saint-Honoré la Galerie Fauvety, con opere di Gus Boufa, Foujita, Jouve, Kisling, Marie Laurencin, Picasso: Tamara è presente con Les jeunes filles, due volti di donna fra grattacieli, con una grande sciarpa blu in primo piano.

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Nello stesso anno entra in una forte crisi depressiva, poiché l’ex marito Tadeusz si sposa. A questo crollo emotivo però Tamara reagisce ancora una volta accettando le avances, tra tutti i suoi pretendenti, del barone Kfunner e decide di sposarlo. Da questo matrimonio la pittrice ne trae una grande stabilità economica e sociale, ma la depressione non le passa. A settembre si cura a Salsomaggiore e come amava raccontare lei si reca disperata in un convento vicino Parma, dove incontra la Madre superiora poi ritratta nel dipinto ora a Nantes, Musée des Beaux-Arts, per lei il più prezioso dipinto. La suora, sul cui volto leggeva “tutta la sofferenza del mondo”, riesce a sollevarla dalla depressione.

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In ottobre fa un soggiorno a Roma. La sua vita continua tra feste e viaggi tra Parigi, Vienna, Roma, Budapest. Nel frattempo intorno al 1939 i primi nazisti invadono la Polonia ed i Kuffner entrano negli States l’11 settembre, con un volo L’Avana–Miami. Forse hanno documenti falsi, entrano come cittadini cechi e dichiarano di voler risiedere in California. Si recano a New York, dove iniziano le pratiche per far espatriare i figli. Conosce Greta Garbo che diventa per lei una specie di ossessione; ogni volta che parla con la stampa la cita, e annuncia che sta dipingendo un suo ritratto. Compare ritratta in giornali con cappelli ampi con velette, perle, diamanti e gioielli di ogni tipo, ostentando volontariamente lo sfarzo.

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Comunica all’Associated Press la promozione di un concorso per trovare una modella per il dipinto À l’Opéra, che assomigli a quella di Suzanne au bain, fatto in Francia. I giornali comunicano che si presentano più di cento concorrenti, una semplice manovra pubblicitaria visto che vincerà la figlia di una sua amica. Il 24 marzo, il “New York World Telegram” racconta il suo arrivo alla stazione di New York “con varie libbre di gioielli e una spettacolare borsa da viaggio confezionata con la pelle di un cinghiale intero […] con un anello che deve pesare mezza libbra”. Nelle interviste che rilascia parla sempre di Greta Garbo (“è sempre piena di vita!”) e della sua vita a Beverly Hills, tanto che il “New York Journal” commenta: “La baronessa ha più interesse a parlare di Hollywood che delle sue pitture”. Il “Sunday Mirror Magazine” del 6 aprile la definisce “la baronessa del pennello” e racconta che “detesta certe volgarità come ballare e giocare a carte. Le piacciono le sigarette americane e ne fuma tre pacchetti al giorno”. Alla Julian Levy Gallery, inaugura la sua personale: Tamara de Lempicka / Baroness de Kuffner, esponendo 22 opere con annesso il catalogo introdotto da un testo di André Maurois. In opposizione allo sfarzo hollywoodiano espone opere religiose e votate al sacrificio, all’inaugurazione non manca di organizzare una grande festa che richiama molte persone, gli unici artisti a visitarla furono Salvador Dalí e Pavel Tchelitchew.

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Da quest’anno in poi la sua vita è ricca di altre produzioni in stile surrealista e nature morte, la sua salute si alterna tra momenti di euforia e di smarrimento depressivo.

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Nel 1961 la pittrice guadagna poco, inaugura una personale con dipinti divisi in tre periodi “néo-cubisme, abstrait, figuratif” senza successo, nel frattempo suo marito, il barone, muore. In estate è a Parigi, ed è contattata dal gallerista Alain Blondel e dai suoi soci, che desiderano vedere i suoi quadri degli anni Venti e Trenta, che tiene nella soffitta di rue Méchain. La sua prima reazione è definirli “fuori moda”, da questo momento escono tutte le sue migliori recensioni su “Nouvelles Littéraires”, su “Nouvel Observateur”, che parla di “iperrealismo scultoreo”, su “L’Express”, in cui si riconosce che incarna lo spirito del suo tempo, su “La Galerie”, in cui si parla di “combinazione di modernismo estremo e purezza classica, anticipatrice dell’iperrealismo”.Trascorre il tempo tra impegni mondani e disegnando i suoi vestiti accoppiati con enormi cappelli.  Avvengono i primi contatti con Franco Maria Ricci, a Parigi, che le propone un volume sulla sua opera. Dal 1974 le sue condizioni fisiche peggiorano irrimediabilmente è depressa e si sente fortemente abbandonata dai suoi figli e nipoti. A Cuernavaca conosce Victor Contreras e frequenta Canta Maya, ovvero Elizabeth Gimbel, ballerina famosa nella Berlino degli anni Trenta, e Octavio Paz. Cambierà il testamento almeno sette volte; in uno di questi Contreras è nominato unico erede. Sotto le spinte delle persone che la circondano stila il testamento lasciando 100.000 dollari all’orfanatrofio Little Brothers, il resto alla figlia. In una giornata ventosa se ne va una delle icone più straordinarie del nostro tempo. La vita e l’arte di Tamara de Lempicka vanno di pari passo, l’una non può prescindere dall’altra. Le opere sono dimostrazione evidente del suo vissuto. La gamma cromatica di tutti i suoi dipinti anche di quelli un pò stanchi dell’ultimo periodo è ridotta, ma ne connota tutta le figure mostrate, definite da ombre nette, da occhi grandi e languidi, in corpi scultorei e in donne irraggiungibili, mostrate in pose aristocratiche, con lo sguardo ad altro, sembrano annoiate da ciò che le circonda, rivolte all’affermazione sociale, ad uno status simbol che riescono ad ottenere perché belle ed affascinanti. Queste donne hanno una regalità innata, sembrano trasmettere il loro immediato valore e comunicare in fredde pose, con uno sguardo, tutto il loro animo. Ed anche l’uomo nelle sue eleganti vesti, con abiti e cappelli alla moda, in pose insolite, comunica in forme levigate e spesso squadrate, il proprio ruolo sulla terra. Nell’osservare le opere di Lempicka non solo si ritrova tutta quell’ambientazione, anche vista di scorcio o con la riduzione a semplici oggetti, dei racconti di Francis Scott Fitgerald, ma anche la concezione di un’intera esistenza vissuta fino al midollo in feste e balli, tra la gente. Tamara, come Gatsby nel successo di Fitgerald –Il grande Gatsby-, era tesa con le braccia, in un gesto di desiderio, verso la “luce verde” che brillava nella notte, ovvero l’afferrare la vita in tutte le sue sfaccettature, e l’auto, anche essa verde, in cui Tamara immortala se stessa in prima copertina sul Vanity Fair, è la stessa che guidava il grande Gatsby lungo la scia di stralci di parole del racconto: «E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia … e una bella mattina… ».

Pam xxx

Botero a Palermo

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L’ultimo mio articolo su Botero voleva fare addentrare esperti e meno conoscitori d’arte nel mondo dell’artista, con una breve panoramica sul suo operato, in vista soprattutto della mostra che a breve, giorno 20 marzo 2015, si inaugurerà a Palermo presso il Palazzo Reale, dal titolo “La via Crucis la pasiòn de Cristo”. Le opere di Botero avevano avuto un primo contatto con l’intricata città di Palermo già nel 1988, quella volta però il tema non era di carattere religioso, ma si districava lungo l’argomento de La corrida.

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Il tema fu altamente trattato dall’artista con acquarelli, disegni, pitture ad olio e spesso ripetuto poiché considerata parte integrante della sua stessa vita se consideriamo che Botero a 12 anni viene iscritto dallo zio in una scuola di toreri, dove rimane per due anni e che la sua prima opera, realizzata in acquarello, rappresentava proprio un torero.

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In questa prima battuta a Palermo la mostra fu realizzata grazie al Comune di Palermo e alla Galleria d’arte moderna in collaborazione con Italtel e nei locali del Real Albergo delle Povere. La mostra ebbe tanta risonanza nella città poiché il 1988 fu un anno impegnato per la “Primavera di Palermo” e vedeva lo sviluppo di tematiche sulla legalità dopo tanti anni di sangue.

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La mostra “LA VIA CRUCIS la pasión de Cristo” è promossa dall’Assemblea regionale siciliana, dalla Fondazione Federico II e dal Museo colombiano di Antioquia e verrà ospitata nelle Sale Duca di Montalto e sarà visitabile fino al 21 giugno. Dopo venticinque anni Botero sceglie per la sua esposizione ancora una volta Palermo, nonostante le forti critiche che lo scrittore Sciascia aveva mostrato anni prima dopo avere visto le opere del pittore, definendo le figure rappresentate “Elementi passivi di un mondo uniformemente governato dal prodotto”.

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Questa mostra ha un’incidenza diversa, sembrerebbe, rispetto a quella precedente, più intima, più religiosa, perché vuole sottolinearne forse il contributo dato dal pittore ad una tematica, quale quella religiosa. Ed in effetti nella rappresentazione, forse, di una delle pagine della vita di Cristo più difficili, di una violenza inaudita ed evidente mostra dell’orrore e del realismo della vita, lungo le stazioni fatte per arrivare alla Crocifissione sul Golgota, Botero ci fornisce pagine ripetitive, in goffe e grasse silhouette, di pose, abiti e scene religiose riempite questa volta del tutto dal loro simbolico ed insieme reale significato cristiano.

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Queste opere rappresentano una svolta nel percorso artistico dell’artista, un cambio di rotta rispetto ai modelli finora percorsi. Ma questa esposizione gioca anche un grande contributo sul piano culturale dato alla città di Palermo che avrà così occasione di mostrare al pubblico un’altra realtà del pittore, quella del dramma.

Pam xxx

La purezza delle “Vergini di Palermo”

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Giorno 10 Marzo in occasione del 359° Anniversario della nascita di Giacomo Serpotta, si è tenuta l’inaugurazione dell’esposizione dell’artista WeegeeeWeegee dal titolo “Le vergini di Palermo”, presso l’Oratorio di San Lorenzo, sito in via Immacolatella, n°5. L’atmosfera in Oratorio era di festa, con confetti bianchi, scambi di vedute e vino ed un occhio sempre attento allo scultore Serpotta, protagonista della serata. Allo stesso modo in cui Giacomo Serpotta, artista dalla fama internazionale, maestro stuccatore ed eccezionale mago nel mostrare il candore e la purezza del bianco, ha, in abili maestrie, immortalato, in atteggiamenti e pose realistiche, tipiche del suo tempo, le donne seicentesche di Palermo, così ha voluto dare il proprio contributo l’artista WeegeeeWeegee, che deve alla conoscenza della nostra città il corpus di opere presentato. E’ infatti un’ artista che ricercando tra i vicoli delle città, mostra chiaramente i frutti dei suoi viaggi lungo varie capitali e ne porta le frammistioni in opere dal gusto fortemente personale. Le opere dell’artista londinese, si commentano da sole e mostrano l’intima rappresentazione delle donne palermitane, di un chiaro candore lontano, in foto antiche, quelle che si riscoprono nella nostra tradizione palermitana per comunioni, matrimoni e battesimi. Le vergini della Palermo di Otto-novecento sono le stesse di quelle che abitavano nel tempo del Serpotta, e come in una linea diretta e continua si collegano alle donne dei nostri giorni. Vengono riprese figure di madri che amorevolmente accudiscono i propri figli, immagini di piccole fanciulle rigide nella loro posa davanti all’obiettivo, donne che stanno per fare il grande passo. Ma l’elemento chiave risiede nel fatto che queste persone comuni diventano sante, portatrici di sacrificio, comunicatrici di atmosfere, di sogni, di sentimenti e passioni.

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Queste foto vengono contaminate dall’artista con la tecnica del collage, con ripetute tassellature prospettiche, forme di conchiglie, elementi naturali come fiori, piante, esseri viventi che lasciano intravedere i loro visi, i loro sorrisi, i loro occhi. Non per nulla il bianco e la purezza delle antiche foto in bianco e nero vengono stravolte da diverse tonalità di colore tramite l’assemblaggio vero e proprio di stilemi ed ornamenti Rococò.

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Ad accentuare la carica surreale, in un tempo e in uno spazio sognato, e la verve emanata dalle opere  di WeegeeeWeegee è la formidabile scelta espositiva, curata da Francesco Romano Petillo ed organizzata interamente dall’Associazione Amici dei Musei Siciliani con la direzione artistica di Maria Luisa Montaperto. Le immagini scorrono sia all’interno dell’oratorio di san Lorenzo, nella zona della controfacciata, proprio sotto la bellissima opera del martirio di San Lorenzo con le immagini delle sante sacrificate; sia all’interno dell’ex Sacrestia (Lab’Oratorio di San Lorenzo) ora inserite in nicchie, o su un antico altare illuminate da piccole candele bianche, quasi fossero delle edicole votive.

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Lo stile dell’allestimento rientra nell’area site specific istallation e vuole mostrare una valida alternativa alle gallerie commerciali, esponendo opere in luoghi non- convenzionali, e definendone una contestualizzazione, a mio parere, eccezionale.

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La “festa” si è conclusa con la torta bianca con in bella mostra il numero 359 e lo spegnimento delle candele fatto rigorosamente da Bernardo Tortorici di Raffadali (primo fra i patroni dell’Associazione Amici dei Musei Siciliani, insieme a Francesco Ridulfo e Cinzia di Marco) e dall’artista WeegeeeWeegee, in un’atmosfera gioiosa da non dimenticare! L’esposizione si concluderà giorno 15 Aprile, quindi affrettatevi perché ne vale veramente la pena!

Pam xxx

Fernando Botero: Un artista è attratto da certi tipi di forme senza saperne il motivo

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Un occhio allenato e soprattutto basato sull’analisi attenta dei toni di colore e delle ambientazioni coloristiche sa ben riconoscere un artista da un altro. Ci sono gli occhi esperti che sanno notare dei piccoli cavicchi artistici e ci sono artisti che già da soli hanno la capacità di farsi riconoscere anche all’occhio meno esperto. L’altro giorno mi ritrovavo in una pizzeria e, mentre aspettavo la mia pizza margherita, mi sono accorta delle stampe attaccate ai muri. Erano delle stampe di Fernando Botero, che rientra perfettamente nell’ambito degli artisti che da soli e naturalmente sono riconoscibili anche ad un occhio meno esperto. Perché? Semplicemente perché ogni sua opera dalla più eclatante a quella meno interessante, dalla scultura al dipinto, è lì ed esiste indipendentemente dall’artista percorrendo una strada, a mio avviso, di riconoscibilità. I dipinti di Botero prendono le mosse dal profondo interesse per le opere di Gustave Dorè, delle illustrazioni della Divina Commedia, a cui l’artista non mancherà di ricordarne il forte ed intenso legame.

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Gustave Dorè, Illustrazioni Divina Commedia

La sua prima esposizione la fa nel 1948, giovanissimo, ma è nel 1952  che vince, con Sulla Costa, alla IX edizione del Salone degli artisti colombiani presso la Biblioteca di Bogotà.

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Il denaro ricavato da questo premio lo investe in uno stupendo viaggio culturale che gli permetterà di vedere l’Europa e di conoscere l’arte soprattutto di Goya, di Tiziano, ed in Italia conosce le opere di Giotto, dei rinascimentali e del Mantegna. Ritornato nella sua patria colombiana, viene fortemente criticato per la sua direzione artistica opposta alle avanguardie parigine e decide di partire per il Messico. Qui si aprirà la mente all’espansione e alla dilatazione dei suoi dipinti, vista la forte influenza ricevuta dai dipinti dei murales e dagli intenti coloristici presenti in quella zona. Ritornando nel 1958 a Bogotà, diviene professore nell’Accademia di Bogotà, e vince finalmente il primo premio al XI salone con l’opera La camera degli sposi.

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F. Botero, La camera degli sposi

Dopo vari insuccessi, dovuti alla chiusura della Gres Gallery di New York e alle forti critiche mosse dai suoi conterranei, Botero decide di trasferirsi nell’ East Side, ed affitta un nuovo studio a New York. Questo fu un periodo di grande produzione artistica, cominciato con la sua prima personale in Germania e proseguita con il trasferimento a Parigi, la casa a Pietrasanta vicino alle cave di marmo e l’intenso interessamento e produzione della scultura, che sparge per varie capitali europee. Il profondo successo che avvolge le opere di Botero è stato profondamente colpito da due eventi della vita personale dell’artista, il divorzio dalla seconda moglie e la scomparsa del terzo figlio Pedro in un incidente stradale, questo evento lo porterà a realizzare spesso sculture di mani a cui manca una falange, perché nello stesso incidente lui perse una falange di un dito della mano.

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Ma se questo breve excursus della sua vita può chiarire come la sua vita fu intrisa di momenti bui e momenti di intenso successo, come per esempio l’esposizione delle sue enormi sculture negli Champs-Elysées a Parigi, il carattere del suo stile artistico si riassume in una parola espressa personalmente dall’artista “esigenza”.

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Creare, dipingere, mostrare è un’esigenza, un bisogno di dare all’uomo momenti di felicità, un rifugio di esistenza straordinaria, parallela a quella quotidiana […]. Ed il colore? Il colore non deve essere contaminato da ombre buie che possano contaminare la profondità e il tono dei colori, eppure quando si osserva un’opera di Botero, i colori rimangono circoscritti nell’ambito del tenue, del poco febbrile. E le forme? Sono poco contrastate, vista la mancanza delle ombre, e quindi risultano quasi piatte. E le figure vengono mostrate con freddezza, in sguardi persi nel vuoto, senza profondità d’animo, ci guardano ma in realtà non vedono nulla. E le tematiche? Quelle sono molteplici se prendiamo in considerazioni tutta la mole di opere dell’artista, si passa dalla ripresa di quadri antichi in chiave quasi umoristica, alla rappresentazione di soggetti sacri, per esempio della maternità e di paesaggi con scorci di cattedrali, cupole e chiese, dalla rappresentazione del tempo con riferimenti all’asse temporale scandito dai quadranti di orologi posti per ogni motivo, alla rappresentazione della violenza subita dal suo popolo.

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Ah! Quasi dimenticavo la domanda! Fino ad ora ho semplicemente sottolineato degli elementi che potrebbero essere riferibili a qualsiasi artista ma cosa contraddistingue Botero e soprattutto cosa lo rende così riconoscibile? Semplicemente il fatto di dipingere e di scolpire figure grasse, dalle facce tonde, con occhi spauriti. Semplicemente i personaggi attraverso gli occhi di Botero vengono attraversati e filtrati e prendono tutti la stessa “forma”. Questo fa di Botero uno degli artisti che è riconoscibile in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento e da qualsiasi occhio sulla faccia di questa terra.

Pam xxx

Marc Chagall : “Mia soltanto è la patria della mia anima […] i loro inquilini volano ora nell’aria in cerca di una casa, vivono nella mia anima.”

«Se un pittore è ebreo e dipinge la vita, come potrebbe rifiutarsi di accogliere elementi ebraici nella sua opera? Ma se è un buon pittore, il quadro si arricchisce. L’elemento ebraico è, ovviamente, presente, ma la sua arte vuole raggiungere una risonanza universale»

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M. Chagall, Il compleanno, 1915

Marc Chagall (il suo vero nome era Mark Zacharovic Sagalov – abbreviato in Sagal)  nacque a Vitebsk il 7 luglio del 1887 e fu un pittore russo naturalizzato francese, ma di origine ebraica chassidica. Tutta la sua vita e la sua attività artistica sarà fortemente influenzata dai ricordi della sua infanzia e dalle sue origini e tradizioni. La sua cultura e la sua famiglia sono assolutamente di cultura e religione ebraica. La sua città natale Vitebsk faceva ancora parte delle Impero Russo, ed il villaggio dove lui ebbe i natali fu attaccato dai cosacchi durante un pogrom (termine con la quale si indicavano in quelle zone le sommosse popolari antisemite), e la sinagoga venne data completamente alle fiamme. Non per nulla ogni volta che l’artista pronunciava la derivazione delle proprie origini non mancava di dimenticare il suo vissuto e soleva dire : “Io sono nato morto”. Credo che questa frase ricca di profondi riferimenti alla sua cultura e alla sua formazione abbia attraversato tutta la carriera artistica e non di Marc Chagall. La grande carica poetica di Chagall ha fatto sempre sì che egli uscisse indenne dai modelli e dalle correnti e che la ragione del cuore rimanesse sempre la più forte, la più innocente ma anche quella maggiormente perseguibile. Il pittore- poeta ha fatto sue le parole di Antoine de Saint – Exupéry – “Il mondo è invisibile agli occhi : si vede bene solo con il cuore”.

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M. Chagall, Gli innamorati, 1914 – 1915

Ma il suo spirito appare anche profondamente legato alla religiosità tanto da fargli concretamente pensare e rappresentare tutte le cose dell’universo, persone, animali natura, come legate in maniera spontanea. La sua arte non è però infantile ma è guardata invece come dagli occhi di un bambino in continua scoperta del mondo esterno che lo circonda. Lui, che cominciò a studiare pittura nel 1906 con il maestro Yehuda Pen e che frequentò, una volta trasferitosi a San Pietroburgo, l’Accademia Russa di Belle arti con il maestro Nicolaj Konstatntinovic Roerich, ebbe modo di conoscere una molteplicità di stili e di correnti, non si fece mai influenzare e sembra quasi creare il suo modo di dipingere da se stesso. Tra il 1908 e il 1910 studiò alla scuola Zvantseva con Léon Bakst. Questo fu un brutto periodo per lui visto che gli ebrei in quel tempo potevano vivere a San Pietroburgo solo con un permesso apposito e per questo motivo venne persino imprigionato. Ogni tanto tornava nella sua terra natale dove nel 1910, conosce Bella Roselfeld, la sua futura moglie. La famiglia del pittore non sembra contenta dell’interesse del ragazzo ed i suoi intenti coloristici vengono tenuti sotto osservazione continua dai parenti preoccupati. Questo atteggiamento risulta comunque comprensibile se si considera che la religione ebraica, a prescindere dalle differenze di confessione, oppone un netto rifiuto all’arte figurativa: l’Antico Testamento riporta molti esempi di idoli scolpiti che hanno arrecato danno tanto da sostituirsi a Dio! Solo grazie al consenso della madre lui ebbe modo di cominciare i suoi studi in tal senso. Ma è nel quadriennio parigino che la sua arte si stacca completamente dal suo ultimo maestro per sbocciare in rivoluzione del colore.  Quando si trasferisce ancora una volta nel suo paese natio sia per il matrimonio di sua sorella sia per l’amata Bella, invece di rimanere per pochi mesi come aveva previsto, rimane lì per almeno otto anni.

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M. Chagall, La passeggiata, 1917- 1918

L’ambiente culturale e di arte russo gli apre le porte, e nel 1916 il gruppo “Fante di quadri” organizza una grande mostra che raccoglie più di quaranta opere di Chagall e nello stesso anno a San Pietroburgo, viene promossa un’esposizione di alcuni dei suoi lavori. Facendo un salto temporale al 1923 Chagall e la sua famiglia riescono ad ottenere il visto per la Francia e il pittore ora ritorna con uno stile più maturo e Chagall fonde di nuovo il tema dell’amore con quello del paesaggio. La figura di Bella diviene il simbolo dell’amore che viene ritratto accanto alla Torre Eiffel e alla facciata del Notre Dame ed intorno a questi ruotano le immagini dei musicisti klezmer, i violinisti che si avvicendano intorno a Bella dando vita ad un’atmosfera di sentimenti e di rimandi alla sfera interiore del pittore. Nel frattempo nasce il movimento surrealista di Andrè Breton, che chiede vivamente la collaborazione del pittore. Chagall si rifiuta non può rinunciare alle libertà espressive necessarie alla sua pittura dell’interiorità  e dello stato d’animo.

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M. Chagall, Sogno di una notte d’estate, 1939

Tra il 1938 e il 1939, Chagall  e la sua famiglia lasciano Parigi per recarsi nella regione della Loira e successivamente con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e la diffusione delle leggi antirazziali l’artista è costretto a lasciare la Francia con tutta la famiglia ed a fuggire negli Stati Uniti. Per ironia della sorte il pittore mette piede negli Stati Uniti lo stesso giorno in cui l’esercito nazista invade la Russia. In questo periodo il suo interesse è completamente rivolto alla Russia e alle tragiche notizie che arrivano dall’Europa sulla guerra e sullo sterminio degli ebrei, che diviene  l’emblema delle tele di questo periodo: La Guerra (1943), Al crepuscolo (1943), Il matrimonio (1944), L’occhio verde (1944).

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M.Chagall. L’occhio verde, 1926 – 1944

Sfortunatamente il soggiorno americano si conclude con un avvenimento tragico: nel 1944 Bella, improvvisamente colpita da una malattia, muore nell’arco di pochissimo tempo. Chagall è distrutto, abbandona la pittura, il mondo. Dopo un anno di inattività riprende obbligato in mano il pennello e crea una nuova dimensione del ricordo, una terra interiore dove la sua terra devastata e distrutta e la sua donna, ritrova un suo posto e rimane salvo per sempre. Ed è sulla fine degli anni Quaranta che Chagall recupera una serie di dipinti precedentemente cominciati e li porta a compimento. Tra questi il trittico Resistenza, Resurrezione, Liberazione, che finirà intorno al 1952. Ed è proprio a quest’opera che voglio approdare, mostrandone tutti i profondi significati, oggi più che mai.

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M. Chagall, Resistenza, 1937 – 1948

Il trittico, la cui lettura deve essere considerata come un’entità unitaria, affronta il difficile e travagliato tema della guerra. Il dolore e la distruzione imperversano a Vitebsk, facendone l’icona del mondo ebraico e dell’Europa distrutta dalla guerra e dalla follia, si accaniscono anche sugli abitanti che fuggono e solo un raggio di luce illumina le persone, tra queste una mamma con un bambino, un rabbino e tante figure spesso ripetute nelle sue opere che si allontanano verso destra. Al centro si erge Cristo crocifisso attorno e dietro al quale vi è la popolazione del mondo ed in particolare del popolo ebraico che si oppone allo sterminio, alla distruzione ed ai fucili dei soldati. Tutti i personaggi sono vittime di una forza che li muove senza la loro volontà.

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M. Chagall, Resurrezione, 1937- 1948

In Resurrezione protagonista ancora è il Cristo in primissimo piano, ma l’atmosfera si fa meno tragica, una luce questa volta indica il cammino, i popoli cercano una soluzione alle tristi vicende, trovano la fede, chiedono salvezza, speranza e conforto.

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M. Chagall, Liberazione, 1937 – 1952

L’ultima tela del trittico vede il Cristo questa volta come una piccola figura, non più in primo piano. Gli ebrei celebrano la liberazione danzando e cantando, il cielo si è rasserenato non ha più i toni trucidi del sangue, si festeggia con frutti, vino e fiori, attorno i musicisti intonano una canzone. Tornano ad ardere le candele rituali; il popolo di Mosè , che danza sollevando le tavole della legge, è vivo. In tutte le tre tele Chagall si ritrae: in Resistenza è a terra con una smorfia di dolore; in Resurrezione è uno spirito azzurro e parallelo alla croce; in Liberazione si ritrae ben due volte nell’atto di dipingere l’evento e nel momento del matrimonio con Bella.

Da questo trittico in poi la carriera artistica di Marc Chagall sarà ancora per molto viva e intrisa di incontri e di opere d’arte, se consideriamo che dipinse fino al 1980, cinque anni prima di morire. Ma ciò che rimane e rimarrà per sempre evidente nelle sue opere è già tutto completamente evidente nell’ultima tela del trittico Liberazione.

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M. Chagall, La Famiglia, 1975 – 1976

Lui ha sempre, a mio avviso, voluto mostrare che nell’evoluzione dal dolore alla gioia e dalla morte alla vita, la potenza dell’amore risulta essere indissolubile. L’amore tra un uomo ed una donna che si fa ora tenero nell’abbraccio, ora forte nella tragedia; l’amore di una madre verso il proprio figlio; l’amore di Dio per gli uomini verso cui ripone la sua speranza. L’amore degli uomini per gli uomini che ci insegna a non permettere che certe catastrofi possano avvenire nella storia, nel presente, che è poi la chiave dell’amore per la vita che è dono. Marc Chagall ci lascia soprattutto un insegnamento di vita.

Pam xxx

Lucio Fontana : ” Io buco la tela e da lì entro nell’infinito”

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Le categorie di spazio e tempo sono state oggetto di aperti dibattiti lungo tutti i secoli fino ai nostri giorni, ma soprattutto sono concetti ancorati più o meno profondamente nella nostra insita interiorità. Possono essere per molti inutili ed impensabili, ma per altri divengono principali e notevoli nello sviluppo delle proprie opere. Il ritmo, il tempo e la relazione con la realizzazione delle opere d’arte sono state affrontate da me qualche articolo fa. Ma per il concetto di spazio? Oggi viviamo in un’epoca in cui lo spostamento da un luogo all’altro o il raggiungimento delle persone lontane da noi è possibile, risulta assolutamente semplice, tramite la webcam ed i collegamenti in internet o i voli low cost. Lo spazio, come del resto, il tempo, spesso appare una convenzione obbligata dall’uomo o da chissà chi! Ed oggi l’uomo tramite la sua evoluzione cerca continuamente di valicare queste categorie. Fare tutto e subito ed in breve tempo, senza perdere un attimo. Andare in ogni dove e parlare con chiunque. Lo spazio è quindi relativo. Io posso pensare che la strada da casa mia a quella della mia amica sia interminabile, mentre qualcun altro può pensare che andare in America sia semplicissimo! Ed in effetti l’idea di spazio e tempo è divenuta alla portata dell’uomo. Quanti salti quantici abbiamo fatto dal momento in cui Neil Armstrong ha posto il primo piede sulla luna? Questo ci permette di conoscere sempre più le nostre potenzialità ed in alcuni casi i nostri limiti. Quando penso allo spazio oggi, come essere vivente su questa terra, non ho assolutamente l’idea chiusa e limitata che doveva avere l’uomo comune intorno al 1959, quando si accingeva a vedere le splendide opere di Lucio Fontana, raccolte oggi alla Gallerie Nazionale di arte moderna di Roma e raggruppate con il titolo di “Concetto spaziale- attese”.

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Siamo nel dopoguerra e Fontana, forte degli insegnamenti del padre scultore, e della sua formazione all’Accademia di Brera, nonché di opere precedentemente realizzate, pone un accento sulla tematica della spazialità. Dopo queste opere la visione dello spazio e dell’arte in genere cambierà radicalmente, sconvolgerà l’opinione pubblica, strapperà le radici della tradizione. In queste opere, la tela come superficie sulla quale dipingere non esiste più, ma è invece essa stessa spazio. Lucio Fontana sente forte le influenze ed i cambiamenti storici a lui contemporanei. Infatti lo spazio come categoria, dopo il dopoguerra, risulta completamente cambiato. L’uomo è in grado di andare nello spazio, di tagliare quella barriera che teneva ignoranti le menti. L’uomo così ha la possibilità di esplorare nuovi luoghi, nuove realtà e di approdare lì in maniera stupefacente! Fontana, pur essendo nato alla fine dell’800, in Argentina, e non essendo a quei tempi così giovane, riconosce il valore di queste evoluzioni e ne subisce un’attrazione fortissima, non riesce, in questo senso, a rimanere indifferente. Tramite queste opere redige il movimento spazialista e permette agli altri uomini di arrivare ad una nuova e totale dimensione spaziale. Ma come ci riesce?

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La tela viene bucata, tagliata, lacerata in maniera quasi ossessiva, meticolosa, perfetta (immortalata da Ugo Mulas durante il gesto di tagliare le tele). La tela non è più una superficie piatta, ma diventa un elemento di trasmissione e di passaggio nello spazio. A mio avviso, influisce profondamente in lui l’unione della scultura e della pittura, in cui la tela diviene come una scultura, parte di uno spazio, ha un volume attraversato o rifratto dalla luce, rappresenta una dimensione che ora c’è ed ora non c’è più.

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Il buco apre una porta dimensionale spaziale verso l’infinito. Questo fattore ha una ricaduta sul fruitore, perché queste opere sono sempre distribuite ed appese come fossero delle opere dipinte ai muri, ma osservando più o meno attentamente ci si accorge che esiste qualcosa di diverso da un dipinto. I tagli singoli o multipli, più o meno verticalizzati, creano degli slittamenti della luce.

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La tensione della tela sul telaio, viene smorzata dall’azione di questi tagli, che vengono effettuati ogni volta in modo differente, dando naturalmente effetti assolutamente diversi. In alcuni punti il taglio provoca una rientranza, in altri un’apertura della tela, e la luce, in tutto questo quadro in evoluzione, gioca un ruolo da protagonista, inserendosi o fuoriuscendo da queste fessure e dal loro andamento, formando ora ombre ora luce piena.

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La luce rende viva la tela, che diviene parte dello spazio, la rende attiva, ora attraversandola ora scomparendo, crea un’azione di rilievo. L’arte con Fontana diventa tridimensionale: quel buco apre il retro della tela, l’oltre, il di qua e di là che si integrano in un unico spazio. Fontana supera la tradizione dell’arte con un gesto fisico, supera persino l’action painting, perché non vuole semplicemente mostrare l’azione ma anche il frutto di essa, e con un taglio chirurgico sulla tela impone altri schemi di visibilità. Per accentuare i tagli o le ombreggiature create dalla luce stessa, pone anche delle garze scure in modo tale da ricoprire il retro dei tagli e fornire al visitatore la chiave per accedere alla strada dell’infinito, dell’indeterminato e al contempo dell’enigmaticità.

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Tutto quel senso di profondità dello spazio è racchiuso in ogni tela di questo gruppo. Lucio Fontana è stato un artista molto enigmatico, grande produttore di una molteplicità di opere, che culminano notevolmente con La struttura al neon per IX triennale di Milano (visibile in questo link http://www.youtube.com/watch?v=A8mCDoRYfRAdove), dove l’unità tra buio, luce, ed ambiente divengono un’unità, creando un’atmosfera senza pari.

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Queste lacerazioni della tela per molti critici, simbolo del “lo so fare anche io!”, per altri di intimità interiori o dell’inconscio, di certo sottolineano l’intento di Fontana, cioè quello di comunicare con il diverso, di aprirsi verso luoghi e concetti ignoti, ci permette di vedere che il colore è fonte di apertura e di opposto rispetto all’oscurità, rifugge dal buio che rappresenta il niente della tela medesima. Come un passaggio tra realtà ed irrealtà, io e non-io, buio e luce ed essere- non essere, così le tele di Fontana sono per me.

Pam xxx

Margaret Ulbrich: Gli occhi sono lo specchio dell’anima

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In attesa del film Big eyes di Tim Burton e dell’enorme curiosità riscontrata dal pubblico, mi sono sentita in dovere di scrivere qualche riga in onore di questa stupenda artista. Persino in google quando si cerca Margaret Ulbrich, non si trova quasi nulla, ma si riscontra molto invece digitando il cognome del marito Keane, colui che ha reso così importante l’arte di Margaret. Ma è proprio così? Lei nasce nel Tennesseee, e viene cresciuta dalla nonna che si prende cura di lei intensamente e viene da questa influenzata nelle sue scelte religiose. Il suo nome di battesimo è Peggy Doris Hawkins, e nasce ne 1927.

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In seconde nozze si lega a Walter Keane, il quale nel frattempo era approdato a Berkeley in California, e si sposano nel 1950 ad Honolulu, nelle Hawaii. Fino a qui tutto tranquillo. Ma lo è sul serio? In realtà dobbiamo approdare alla causa del divorzio tra i due per capire veramente fino in fondo cosa è realmente accaduto. Dobbiamo immaginarci Margaret Ulbrich come una donna che comincia a dipingere con tutto l’amore ed il sentimentalismo possibile, questi visi di bambini e bambine dagli occhi grandissimi e pieni di forti ed appassionate vicende interiori.

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I suoi dipinti erano semplicemente eccezionali, ma ella era troppo umile ed insieme inconsapevole della carica e dell’attrattiva che questi dipinti in realtà rappresentavano. La furbizia era invece tutta di suo marito, il quale precedentemente era stato commerciante di giochi per bambini e promulgatore di spettacoli teatrali con burattini dal nome “Puppeteens di Susie Keane”, lo scopo era quello didattico -educativo mirato alla conoscenza del francese tramite l’uso di burattini. Questa attività era portata avanti da lui con la prima moglie, ma già ci fa comprendere la carica commerciale ed insieme di uomo senza scrupoli che rappresentava Walter. E’ infatti dal 1957 che comincia a definire assolutamente sue le opere che rappresentano questi bambini dagli occhi grandi. La sete di successo e di pubblicità, il senso di potere e di fare soldi, il potere definire di se stesso di essere un artista agli occhi di tutti ed a tutti costi, lo rendono sempre più volenteroso a manipolare la moglie e a prendersi tutto il merito delle opere di Margaret, facendosi ritrarre in pose amorevoli accanto alla moglie. Ma in realtà nessuno lo ha realmente visto mentre dipingeva!

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E le opere così forti dal punto di vista della carica emotiva, non le riesce a giustificare, sia perché l’arte è personale, sia perché semplicemente non le ha fatte lui. Per un arco temporale di dieci anni fa credere al mondo di essere il creatore di quella stirpe di bambini, li fa suoi, denigrando la moglie, ricattandola in maniera subdola e facendosi promotore di intenti nobili. Così Keane ha affermato che l’ispirazione per la realizzazione di questi bambini è avvenuta quando, trovandosi in Europa, era un semplice studente d’arte. Disse:  “La mia psiche è stata segnata nella mia arte …(…).. subito dopo la seconda guerra mondiale, da un ricordo incancellabile di innocenti devastati dalla guerra. Nei loro occhi si nascondono tutte le domande e le risposte del genere umano….(…)… Volevo che altre persone conoscessero quegli occhi. Voglio che i miei quadri possano arrivare al cuore possano urlare di FARE QUALCOSA!”.

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Il successo trionfa e dal 1957, mostra all’Outsider Art, in Washington Square, a Manhattan, tutte “le sue opere”. Arriva addirittura dal 1959 in poi a formare “la famiglia che dipinge insieme e vende insieme”.

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A New York fa acquistare 20 pezzi “suoi”, 20 di Margaret, che nel frattempo crea uno stile parallelo ma diversissimo per non dare all’occhio, firmandosi con una sigla, e addirittura 6 dipinti delle figlie dei loro primi matrimoni, Susan e Jane.  Dal 1961 a Walter viene richiesto di realizzare per la Prescolite Manufacturing Corporation, un dipinto con il titolo I nostri figli che presentò per il Fondo delle Nazioni Unite per bambini. Ma in questo caso l’opera viene contestata dalla rivista Times e tolta dal luogo dove essa risiedeva. Oggi l’opera si trova nella collezione permanente delle Nazioni Unite di arte. Che uomo furbo Walter! Un vero venditore di pensieri, di anima e di opere degli altri. Ancora una volta per la rivista Life, nel 1965, rilascia un’intervista dove dimostra ancora la profondità del suo animo per la realizzazione delle opere. E’ qui che viene definito come “uno dei pittori più controversi e di maggiore successo al lavoro oggi!”.

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Tutte le opere erano di proprietà di celebrità, e poste in molte collezioni permanenti. Arriva ad un punto tale da vendere persino i poster, rinunciando alla qualità e preferendo la quantità della stampa per un maggiore guadagno. La svolta viene raggiunta con l’affermazione di Margaret fatta ad una stazione radiofonica nel 1970. Qui la pittrice affermò che nessuna delle opere era stata realizzata da Walter Keane, e che in realtà non esisteva alcuna “famiglia che dipinge insieme e vende insieme” e che l’autrice di quei bambini dagli occhi grandi, come di tutte le altre opere non è altro che esclusivamente lei. La notizia sconvolse tutti. Certo l’idea ancorata nei pensieri di critici d’arte, di giornalisti o di semplici amatori avrà subito un totale mutamento. Il falso mito di Walter cominciava a barcollare. Margaret, decide di gridare a voce alta che la vera artefice di tutte le opere presentate per dieci anni è lei, nessun altro. Il suo ego, fortemente traumatizzato da un decennio di finzione con tutti, crolla e si innalza a favore della sua personalità. Se infatti l’artista avesse tenuto il suo segreto ancora per molto, avrebbe dato segni forti di cedimento e in qualche altro modo il suo animo si sarebbe confessato. E come tutte quelle figure di donne, che vuoi per sensibilità vuoi per paura, quando però vengono completamente pestate dal proprio uomo o da una persona, improvvisamente esplodono e splendono nel migliore dei modi, cosi Margaret Ulbrich, decide di citare l’ex marito in tribunale, per dimostrare al mondo, con forte coraggio, che l’autrice di quei dipinti è lei e solo lei. L’accusa è di calunnia risulta essere molto grave. Il processo durò per tre settimane e vide, dopo una serie di battibecchi irrisolti, la richiesta netta, senza fronzoli, da parte del giudice, di realizzare un dipinto in circa un’ora. Quale maniera migliore per capire chiaramente chi era l’autore di quei dipinti? Keane si rifiutò di dipingere, accusando anche dei ridicoli dolori al braccio, che gli impedivano di realizzare il dipinto. Margaret completò il quadro in soli 53 minuti e immortalò un bel viso in primo piano del bambino dagli occhi grandi che si erge ad emblema di tutte le opere che avevano fatto il giro del mondo.

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Sembra una storia a dir poco surreale, quasi inventata eppure è capitata. A mio parere, è una storia a lieto fine, una favola moderna, che dimostra quanto la verità ha più potere della menzogna. La giustizia è sopra ogni cosa, non ci sono mezzi termini. Forse è anche vero che se lei fosse stata meno sensibile di tutti quei bambini che dipingeva, forse non si sarebbe fatta prendere in giro in questo modo, ma come lei, spesso, durante il processo, ha affermato, era manipolata ed insieme debole di fronte all’uomo che era stato pur sempre suo marito per molti anni.

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Si può affermare che tutto può accadere nella vita, bisogna proteggere le cose che facciamo, e soprattutto quello che amiamo. Quindi se Tim Burton, nel suo film, che ho avuto il piacere di vedere, sembra non credere più alle favole o all’amore, io voglio fare invece due appunti da una prospettiva diversa. Voglio prima di tutto sottolineare quanto afferma Chuck Palahniuk in Cavie, una raccolta di racconti che sembrano riferirsi ad una sorta di nuovo Decameron di Boccaccio in uno stile grottesco e sprezzante. In uno dei suoi racconti dal titolo Ambizione raccontata dal Duca dei Vandali, si parla proprio della capacità di vendere l’arte come fosse una casa o un paio di scarpe, del resto ci vogliono capacità anche in questo. Ed è proprio ciò che faceva Walter Keane con le opere della moglie, ne mostrava al mondo la bellezza, si ergeva a fautore di tutto quel regno e si auto- glorificava a tal punto da credere egli stesso di essere veramente l’autore di quelle opere.

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Un secondo punto che voglio sottolineare è che l’arte come dicevo prima è personale, è l’espressione che identifica ognuno di noi, che rende evidenti i nostri mondi, da Bosch a Tiziano, da Caravaggio a La Chappelle, le loro opere sono testimonianza di loro stessi e del loro vissuto qualunque sia stato nel passato l’intento per il quale sono stati prodotti.

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Quindi la giustizia avrebbe comunque trionfato perché gli occhi grandi, le posture, i malinconici volti esprimono tutta l’interiorità di Margaret Ulbrich, che ancora ama dipingere tutti i giorni con la stessa costanza ed con lo stesso amore.

Pam xxx

Un 2014 da top ten per le opere d’arte!

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J. Vermeer, Ragazza con l’orecchino di perla, 1665- 1666 circa, olio su tela.

Quest’anno è stato un anno di intense attività culturali in Italia, e di mostre che hanno entusiasmato il pubblico ed attirato una grandissima quantità di gente, facendo scoprire la bellezza di opere d’arte di intenso valore. Molti sono stati gli articoli inerenti alla quantità di gente che ha avuto accesso all’interno di questi siti e altri hanno stilato una classifica delle 10 mostre che nel 2014 hanno attratto il maggior numero di persone e hanno aperto intensi dibattiti storico- artistici.

1 Al primo posto in vetta alla classifica è stata la mostra del dipinto La ragazza con l’orecchino di perla. Il mito della Golden Age da Vermeer a Rembrandt. Capolavori dal Mauritshuis, tenutosi a Bologna, presso Palazzo Fava tra l’8 febbraio ed il 25 maggio. All’interno la mostra ospitava diversi dipinti provenienti dalle collezioni dei musei olandesi. Ma l’opera di Jan Vermeer ha battuto tutte, facendo raggiungere all’intera manifestazione la top ten! La carica emotiva che fuoriesce da questa figura è resa dai suoi occhi, dalla postura naturale, come se si fosse appena girata, e dallo sguardo intenso accentuato dai bagliori di luce.

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2 Mostra di Frida Kahlo tenutasi alle Scuderie del Quirinale a Roma per la prima retrospettiva italiana della pittrice messicana, dal 20 marzo al 31 agosto. Le 150 opere di Frida hanno talmente “bruciato gli animi” che non solo hanno ottenuto un forte riscontro di pubblico, ma anche toccato tematiche importanti in molte stazioni radio e televisive, rivolgendosi anche a discussioni da riferirsi alla società odierna. La potenza degli autoritratti della Kahlo ha fatto accorgere agli italiani, che il sacrificio e la volontà portano agli scopi più elevati, e l’autoritratto ha valore di auto- identità interiore.

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3 Klimt. Alle origini di un mito. tenutasi dal 12 marzo al 13 luglio all’interno del Palazzo Reale di Milano. All’interno della mostra è stata data una particolare attenzione alla raccolta non solo delle opere di uno dei mostri sacri della pittura moderna, ma anche dei suoi disegni, delle lettere. L’intento? Mostrare Klimt come artista e come uomo. Intenso.

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4 Fundamentals, Biennale di Architettura di Venezia. Si tratta di un’esposizione internazionale di architettura che ha impegnato la Biennale dal 7 giugno al 23 novembre. E’ stata ovviamente una mostra di nicchia, visto l’ambito univoco che tratta, quale quello dell’architettura, ma ne ha permesso la conoscenza non solo agli architetti, ma anche a semplici visitatori curiosi.

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5 Andy Warhol. A Milano si è tenuta tra il 24 ottobre e il 9 marzo del 2014 presso il Palazzo Reale l’esposizione di 100 opere dell’artista americano, provenienti dalla collezione di Peter Brant. L’artista emblema della serialità del mercato ed incarnazione della pop art americana ha avuto moltissimi consensi di pubblico.

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6 La mostra organizzata a Verona tra il 26 ottobre al 9 febbraio presso la Gran Guardia ha interessato interamente l’arte paesaggistica dal  600 al 900, con particolare riferimento a Claude Monet. Tantissimi i visitatori anche in questo caso che hanno avuto occasione di conoscere intensamente il genere paesaggistico. Dimenticavo ! La mostra aveva questo titolo Verso Monet. Il paesaggio dal ‘600 al ‘900.

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7. La mostra tenutasi sempre al Palazzo Reale di Milano dedicata a W. Kandinsky, dal 17 dicembre al 4 maggio, ha avuto un enorme riscontro di pubblico.

MOSTRA VASILY KANDINSKY A PALAZZO REALE

8. Sono stati poi esposti a Roma alcuni capolavori del Musèe d’Orsay dal 22 febbraio al 22 giugno. In questo modo i visitatori romani hanno potuto vedere alcune delle bellezze presenti all’interno di uno dei musei più prestigiosi di Parigi.

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Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della Maniera, a Palazzo Strozzi a Firenze, dall’8 marzo al 20 luglio, non è inserita in poleposition ma vanta uno dei premi più prestigiosi indetto dalla rivista Apollo-The International Art Magazine, sul migliore allestimento espositivo, rivolto a mettere a confronto due diversi stili della maniera.

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10. Presso il Museo di San Domenico di Forlì dal primo febbraio al 15 giugno si è tenuta una mostra interamente dedicata allo Stile Liberty in Italia. Uno stile intenso che si ricalca negli oggetti, nei vestiti, nei dipinti e persino nelle acconciature delle donne. Questa mostra chiude la top ten.

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Auguro per il 2015 un sempre maggiore miglioramento e un’ulteriore diffusione della cultura e della conoscenza e dell’attrattiva da parte del pubblico, e varie migliorie anche nella manutenzione e nella conservazione del nostro patrimonio artistico culturale. Senza di quello, a mio avviso, non siamo niente!

Pam xxx

“Lui stesso lo disse e tutto fu fatto” e “Lui stesso lo ordinò e tutto fu creato” Genesi (1:9-13)

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H. Bosch, Il Trittico delle delizie, 1480- 1490 circa, 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid.

Pochi giorni fa mi trovavo in una libreria, in occasione del periodo natalizio ed in un reparto hanno messo in bella vista dei grandi libri monografici di artisti. Di certo risultano un pò seccanti da sfogliare, vista l’enorme mole, ma sono insuperabili nelle immagini, visto che rendono evidenti particolari interessanti, che spesso un occhio distratto non è in grado di percepire. Tra queste monografie non poteva mancare quella di Hieronymus Bosch, artista di origine olandese, che mostrò nelle sue opere particolari davvero interessanti, a dir poco anticipatori e fieri di portare in primo piano  accenti di un carattere vicino alle dottrine religiose ed intellettuali dell’Europa centro- settentrionale, inoltrandosi negli aspetti più irrazionali e trascendenti della religione. Le sue opere sono spunto di riflessioni ancora oggi ed in realtà rappresentano un mistero per molti. A parte l’aspetto tecnico dell’uso dei trittici, tipico di quel periodo, e la tecnica esecutiva, una pittura ad olio su tavola, nelle dimensioni di una tavola 220x 389 cm, i temi si fortificano e si rassodano in intricate rappresentazioni rocambolesche ed insieme enigmatiche.

Fra tutte le sue opere, il trittico del Giardino delle delizie già a nominarlo è tutto un programma! E soprattutto lo è in riferimento, sia al valore di tipo simbolico sia alla maniera profondamente immaginativa con cui il tutto viene rappresentato. Si tratta di un’opera conservata al Museo del Prado, a Madrid, che quando viene aperta è composta  da tre pannelli.

Paradiso Terrestre
H. Bosch, Il Trittico delle delizie, Paradiso Terrestre, 1480- 1490 circa, 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid

Quello a sinistra rappresenta il Paradiso Terrestre e raffigura Adamo ed Eva  e la fonte della vita. La scena è ambientata nel Paradiso terrestre, in basso Dio presenta Eva ad Adamo (una scena che fa parte del retaggio miniaturistico medievale). Adamo sembra essersi appena svegliato da un sonno profondo, e vede Dio che al suo fianco cinge la donna per un polso e dona la propria benedizione alla loro unione. Osservando attentamente sullo sfondo vediamo un paesaggio pieno di animali che attingono da questa fonte. Ma sia la fontana che gli animali sono  rappresentati con animi da extraterrestri e figure robotiche quasi futuristiche.

Inferno musicale
H. Bosch, Il Trittico delle delizie, Inferno Musicale, 1480- 1490 circa, 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid

La tavola a destra mostra l’inferno, anche conosciuto come “Inferno Musicale”, a causa dei numerosi strumenti presenti, che in questo caso da un gruppo di demoni- grilli, viene usato come strumento di tortura, forse con intenti di rimprovero verso il peccato della “musica della carne” e del trasmutare gli strumenti come macchine di tortura. Il pannello mostra chiaramente la sconfitta dell’uomo da parte delle forze del male. La scena è infatti, rispetto ai due pannelli precedenti (quello di sinistra e quello centrale per l’appunto), ambientata di notte, e ricca di dolore e di tormento. La parte superiore è piena di roghi e fiamme che si stagliano contro l’oscurità dell’ambientazione. Sullo sfondo, in un ambiente del tutto reale, a differenza di molte rappresentazioni dell’inferno, si definiscono forti le atrocità della guerra, gli edifici  infuocati colorano di sangue l’acqua sottostante, i raggi che fuoriescono dalle porte illuminano strane creature in controluce che appiccano fuochi nel villaggio vicino, gli uomini si accingono a fuggire via, mentre le nubi abbagliano i profili delle case in lontananza. La parte centrale dell’inferno boschiano  è occupata da un grande uomo- albero, che ospita ubriaconi e lestofanti, che viene da molti definito com l’Anticristo (per molti rappresenterebbe il ritratto stesso dell’artista). Nel registro sottostante troviamo personaggi tormentati, che vomitano o defecano, o sono crocifissi su strumenti musicali, uomini in coro seguono una partitura scritta sulle natiche di un dannato; in altre rappresentazioni due enormi orecchie con una “M” incisa sopra, sono ancora di indubbio significato, ma risulterebbero riferite al significato di Mundus, ovvero Mondo. Il dorso dell’uomo – albero è ricavato da un uovo schiuso, verso questo si dirige  una figura grigia, il volto dell’uomo albero è attentamente rivolto verso l’osservatore, con malinconia e rassegnazione. Ed ancora sotto, un uomo con il graal, viene aggredito da cani, degli uomini si dirigono goffamente verso una lastra ghiacciata, altri sono immersi nell’acqua a metà. Ad intensificare tutta la scena è questa vergogna della nudità così prorompente, che, a differenza del pannello centrale, non è più ingenua ed innocente, o votata all’eccentricità, ma è nascosta, si fa vergogna, è resa come una colpa. Infine nella parte inferiore di questo pannello: un mostro con la testa di uccello imperversa sulla scena, mentre mangia e defeca i dannati. Esso rappresenta per molti critici il Principe dell’Inferno, poiché come capo ha il calderone, ed ai piedi porta due vasi. E poi di ruota un uomo sul letto viene visitato dai demoni e punito per la sua accidia, una donna senza sensi paga il suo reato di superbia; delle lepri puniscono degli uomini per lascivia, un uomo viene castigato da una scrofa con un velo da suora, che lo obbliga a firmare documenti legali. In basso a sinistra i giocatori di carte e dadi vengono puniti dai demoni, con chiaro ammonimento alla replica che recita “CAVE CAVE DEUS VIDET” cioè “Attenzione, attenzione, Dio vede.”

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H. Bosch, Il Trittico delle delizie, Il Giardino delle delizie, 1480- 1490 circa, 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid

Il pannello centrale dà il nome all’intera opera. E’ qui in questo giardino delle delizie che figure maschili e femminili vengono circondate da varie creature, animali, piante e fiori. Qui c’è un forte miscuglio tra realtà e fantasia. Le figure sono impegnate in varie azioni amorose, spogliate dal senso del pudore. Il pannello è diviso in tre fasce principali: quella in primo piano con  vari raggruppamenti di nudi. Oltre il declivio comprende anche il fiume al centro, dove le figure si nascondono tra bizzarre piante e frutti simboli di voluttà sessuale. In una grotta in basso a destra una figura maschile, in espliciti abiti di austerità,  quasi  nascosta, indica una donna vicina, come i personaggi in piedi. Una donna porta sulla propria testa una ciliegia, simbolo di orgoglio, mentre molte figure mangiano frutti venendo a volte imboccati da animali o altri uomini. La loro pelle è generalmente candida e contrasta fortemente con la varietà cromatica della vegetazione e degli elementi attorno ai personaggi. Inoltre una delle poche figure umane con i capelli neri è l’unico personaggio con un volto non idealizzato, che mostra caratteristiche fortemente peculiari. Al centro è rappresentata in un prato “la cavalcata della libidine attorno alla fontana della giovinezza”. All’interno di una pozza uomini e donne si accalcano, una figura ruota attorno al proprio destriero. Attorno a queste scene di contatto tra i due sessi vi sono una gran quantità di uccelli, pesci alati, animali fantastici. I personaggi si cibano di frutti, bacche, fragole, ciliegie. Lo stile è concitato, le figure sono dipinte in pose fortemente dinamiche e coprono uniformemente ogni parte della zona pianeggiante. L’ultimo registro, il più alto e più lontano, mostra il “labirinto della voluttà”, con lo stagno in cui galleggia l’enorme globo grigio-azzurro della ‘fontana dell’adulterio’. Sullo sfondo strane figure in volo cavalcano creature fantastiche, un cavaliere con la coda di delfino naviga su un pesce alato.Tra i gruppi ai piedi delle torri si riconoscono a sinistra una piccola folla che sostiene un enorme frutto rosso, con chiaro riferimento alla mela di adamo.La sirena ed il tritone dentro il lago rappresentano l’amore secondo stilemi medievali. Quello che sicuramente domina su tutto l’intero pannello è la predominante del piacere fisico e sessuale, a tratti sfrenato, a tratti adolescenziale, con o senza “amore”. Al centro del laghetto inferiore una figura con le gambe aperte, capovolta,sostiene un grosso frutto rosso, simbolo indiscusso per eccellenza del piacere sessuale.

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H. Bosch, Il Trittico delle delizie (chiuso), Globo Terrestre, 1480- 1490 circa, 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid

Una volta chiuso questo trittico ciò che rimane è un enorme globo terrestre, con vista a volo d’uccello mentre all’interno un disco galleggia sopra una massa d’acqua. La genesi si sta compiendo sotto gli occhi di Dio Padre, minutamente rappresentato, che regge una Bibbia in mano ed indossa una tiara papale. Il suo sguardo appare incerto, i suoi gesti minimi, forse ad indicare la sfuggevolezza del mondo già nell’atto stesso della creazione. All’esterno la scritta “IPSE DIXIT ET FACTA SUNT. IPSE MANDAVIT ET CREATA SUNT“, ovvero “Perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste” . E’ una chiara citazione biblica del salmo XXXII, che invita l’osservatore a guardare dentro, a scrutare tutti i particolare precedentemente citati.

In realtà più che un ammonimento, a me sembra essere una misteriosa ed alchemica rappresentazione della vita, dell’uomo e della donna, che senza differenziazione di sesso, o di età, vengono presentati nella loro reale natura, come esseri viventi portatori di colpe, di peccati, di desideri e di piaceri. Per me rappresenta lo spaccato di un mondo che se ci guardiamo intorno non è per nulla variato e forse ancora oggi fuori dal globo terrestre, Dio, piccolo e barbuto, ci guarda con aria incerta, rivelando che forse non ha fatto un bel lavoro con noi! Le opere di Bosch rappresentano un’incessante visione, si confondono con il sogno, con la religione, con la tecnologia, anticipano concetti e doveri dell’essere umano, mostrano come era, come è e come sarà il Mundus, e forse dona la chiave per migliorare la terra in cui viviamo, se solo fossimo in grado di interpretarlo meglio e di guardare con occhio più attento a ciò che ci circonda.

Pam xxx